Ippoterapia e Riabilitazione equestre: a cosa servono? Chi può praticarle? Facciamo un po’ di chiarezza.

Nel 1977 nasce l’Associazione Italiana Nazionale di Riabilitazione Equestre (A.N.I.R.E.), che introduce per la prima volta in Italia il concetto di riabilitazione a mezzo cavallo. Nove anni più tardi l’associazione sarà riconosciuta come unico ente riabilitativo equestre con un Decreto Presidenziale su proposta del Ministero della Salute ed è nel 1981 che viene istituito il primo Centro di Riabilitazione Equestre (C.R.E.) all’interno della caserma Santa Barbara di Milano.

Per un fisioterapista l’importanza che assume l’animale all’interno del contesto riabilitativo a mezzo cavallo va ben oltre quelli che possono essere gli effetti positivi legati alla psicologia ed alla affettività del paziente.

Il cavallo assume il ruolo di vero e proprio strumento di lavoro, al pari di una Tecar, di una coppetta o di un tape, per intenderci.

Nel 1982, durante il Congresso Internazionale di Amburgo dell’A.N.I.R.E. vengono delineate le tre fasi dell’intervento riabilitativo a mezzo cavallo:

l’ippoterapia, destinata a soggetti affetti da malattia profonda, con i quali il cavallo crea un dialogo di tipo tonico-fasico;

la rieducazione attraverso l’equitazione ed il volteggio, che richiede una maggiore partecipazione dell’assistito per l’acquisizione di tecniche di un’equitazione appositamente strutturata per la disabilità in oggetto;

l’equitazione per disabili o E.P.D, la quale contempla sia l’attività di tipo agonistico che non, e che più si sposta verso il piano dell’integrazione sociale.

L’ippoterapia, quindi, non rappresenta un sinonimo della riabilitazione a mezzo cavallo, ma una delle sue aree di intervento, che non devono essere tutte necessariamente presenti nel progetto riabilitativo, coordinato sulle esigenze del singolo soggetto.

È nel 2015 che vengono pubblicate per la prima volta in Italia le linee guida per gli Interventi Assistiti con Animali (IAA), sigla che indica “tutte le prestazioni a valenza terapeutica, riabilitativa, educativa e ludico-ricreativa che prevedono il coinvolgimento di un animale domestico”[1], all’interno delle quali si distinguono le Attività assistite con Animali (AAA), l’Educazione Assistita con Animali (EAA) e la Terapia Assistita con Animali (TAA). I primi due campi d’intervento sono quelli più legati alla sfera ludico-ricreativa ed alla socializzazione, che hanno lo scopo di migliorate le qualità di vita dell’assistito e le sue capacità di adattamento ed integrazione sociale. La TAA, invece, viene definita come “Intervento a valenza terapeutica finalizzato alla cura di disturbi della sfera fisica, neuro e psicomotoria, cognitiva, emotiva e relazionale, rivolto a soggetti con patologie fisiche, psichiche, sensoriali o plurime, di qualunque origine”[2].

Tutti gli IAA necessitano di un team multidisciplinare composto da figure sanitarie e non, che si occupino dei bisogni dell’animale, del paziente e della mediazione della loro comunicazione, motivo per cui la riabilitazione a mezzo cavallo necessita di una prescrizione medica. Tali figure non risultano fisse, ma vengono selezionate in relazione ai bisogni dell’assistito ed agli obiettivi che si sceglie di perseguire (medico pediatra, psicoterapeuta, psicologo, fisioterapista, terapista occupazionale, neuropsichiatra, etc).

Tutti i membri del team multidisciplinare devono possedere una preparazione specifica ed una attestazione di idoneità per lo svolgimento degli interventi assistiti con animali, che nel caso specifico del Metodo di Riabilitazione Globale a mezzo Cavallo (MRGC) è attestata dall’A.N.I.R.E. (la cui sede italiana si trova tuttora a Milano).

Si evince quindi che avere un cavallo non rende un terapista un riabilitatore a mezzo cavallo, così come avere un cane non rende di noi degli addestratori.

Il cavallo, più di altri animali di piccola taglia utilizzati negli IAA, per le caratteristiche proprie dell’animale (mole, ambiente di vita, sguardo, meccanica del movimento), permette di somministrare una moltitudine di stimolazioni tattili, cinestesiche e propriocettive, olfattive, acustiche, visuo-spaziali che intervengono sullo sviluppo psicosociale, sulle capacità attentive e mnemoniche, sulle capacità relazionali, motorie automatiche e volontarie del paziente. Così come in qualsiasi altro settore della riabilitazione, quando non si è in possesso delle competenze fondamentali richieste per un intervento specifico si rischia di guidare il recupero del paziente nella direzione sbagliata, non solo evitando di raggiungere gli obiettivi del piano terapeutico, ma talvolta peggiorando così la condizione clinica dell’assistito. Più che mai, quindi, la definizione di “strumento” risulta calzante. Inoltre, per poter essere utilizzato all’interno di un contesto riabilitativo il cavallo deve presentare delle caratteristiche fisiche ben precise e studiate ai fini di migliorare la seduta riabilitativa: altezza, proporzione dei segmenti delle zampe, angolo della spalla, linea di galleggiamento, larghezza del corpo e molto ancora.

Nello specifico fisioterapico, la caratteristica andatura del cavallo, che possiamo definire sinusoidale, permette di ottenere nell’uomo reazioni che interessano tutti i piani di movimento, orizzontale, sagittale e frontale. Attraverso la modulazione delle sollecitazioni fornite sfruttando le diverse andature dell’animale il terapista ha la possibilità di intervenire tanto sulle lesioni centrali del SN, quanto su quelle periferiche, che nei disturbi prettamente muscolo-scheletrici, stimolando così la regolazione del tono muscolare, la costruzione di automatismi, la coordinazione, il miglioramento del trofismo muscolare, l’integrazione sensomotoria, il mantenimento di una postura più funzionale, la correzione di dismorfismi.

È bene sottolineare che nonostante siano tanti i campi di applicazione di questo strumento, esistono delle controindicazioni legate alla storia clinica del paziente che lo specialista deve attenzionare prima di procedere alla prescrizione.

Il 24 settembre si è svolta la prima giornata di collaborazione tra l’Associazione ATC®, attiva nel promuovere la propria idea di offerta formativa ai riabilitatori, ed il C.R.E. A.N.I.R.E. di Gangi, uno dei pochissimi centri riconosciuti in Italia di riabilitazione equestre ed appartenente alla realtà siciliana. Il presidente del C.R.E., nonché responsabile dell’area sanitaria è la dott.ssa Antonella Spitale, collega fisioterapista che ringrazio per il prezioso contributo tecnico alla stesura di questo articolo.

L’obiettivo con il quale nasce questa collaborazione è quello di presentare un valido strumento riabilitativo ancora oggi poco conosciuto in tutte le sue potenzialità perché legato all’immaginario di animale da compagnia e perché spesso vittima di inesperti che poco hanno a che fare con la riabilitazione a mezzo cavallo. Attraverso giornate informative come questa speriamo di poter accrescere la consapevolezza dei colleghi e di fornire nuove possibili alternative di intervento all’interno del contesto riabilitativo, creando una rete di collaborazione che leghi i diversi settori della riabilitazione e le diverse figure sanitarie che ruotano attorno ad essa.

Agnese Maccarrone Fisioterapista, componente Direttivo ATC®

[1] Ministero della Salute, “Linee Guida Nazionali I.A.A., luglio 2015.

[2] Ivi. pag 1

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