Congresso Regionale SIMFER 2016 “La Riabilitazione tra falsi miti e realtà”

II° Relazione : “Il punto di vista del Fisioterapista” Dott. Giuseppe Cultrera Fisioterapista

Buongiorno,

Immaginare di dire qualcosa di incisivo in 20 minuti non è mai semplice. Si ha sempre il dubbio di parlare di qualcosa di poco conto o di tralasciare qualcosa di importante. Innanzi tutto vorrei  ringraziare il Presidente di questo Congresso, la Dottoressa Sara Lanza per l’invito a partecipare a questo evento. Invito cortese che ho accettato con vero piacere. Ringrazio anche per il fatto di avere la possibilità di esprimere le mie opinioni in un consesso così prestigioso.

Ma andiamo al dunque: la storia del rapporto tra fisioterapisti e fisiatri non è una storia facile da raccontare perche da sempre intrisa di conflitti incomprensioni e guerre al ribasso.

Forse  il tema del congresso è un po’ diverso ma appare difficile parlare del punto di vista del fisioterapista sulla riabilitazione, senza considerare la stretta relazione tra fisioterapisti e gli altri professionisti dell’area riabilitativa. Nello specifico mi sembra meno utile in questo contesto, parlare del collega logopedista e fare riferimento alla figura cardine di questo congresso.

Non è una storia facile come dicevo. Scusate il paragone altisonante ma sembra di assistere alle diatribe di terra palestinese-israeliana,  poiché da decenni si lotta tra gruppi che gridano giustizia e mancati riconoscimenti di legittimi diritti.

Ma di solito, come in tutte le guerre, si nasconde il miraggio del potere e il timore della minaccia della perdita di posizioni di privilegio. Dico tutto questo perché non serve  nascondersi dietro un dito e fare affermazioni buoniste e di compromesso per ottenere una sorta di mi piace come si usa oggi su facebook.

Il mio pensiero è che la Riabilitazione nel senso più ampio del termine, sembra essere da sempre la figlia povera della medicina, prova ne è che un falso mito la individua come disciplina di riferimento in ambito di prevenzione cura e recupero ma nella realtà è spesso gestita  da figure non di riferimento ( vedi specialista ortopedico) le quali di solito, e aggiungo giustamente e quasi inevitabilmente, hanno una visione meccanicistica, parziale e settoriale della prestazione funzionale con uno sbilanciamento netto verso la problematica strutturale.

E da questo “danno” strutturale di solito fanno dipendere indicazioni terapeutiche che poco hanno a che fare con una visione più globale dell’individuo che è assolutamente  indispensabile avere se consideriamo l’essere umano come un se “funzionale”.

Il risultato è che, al di là del falso mito, la realtà ci dice che il paziente non è il signor “nome, cognome, affezione, funzione, disfunzione” ma è il signor artrosi. Il paziente arriva alla nostra osservazione e ci dice: “il dottore mi ha detto che ho l’artrosi e devo fare i massaggi”. Questa è la realtà. E’ ovvio che in una circostanza come questa con venti minuti a disposizione il rischio di generalizzazione è alto ma so per certo che sto parlando comunque di cose vere.

Se decenni di evoluzione, intuito, scoperte , EBM, EBP, ICF, tecnologia, robotica, conferme, confutazioni, teorie del controllo motorio, dell’apprendimento motorio, relazione individuo-compito-ambiente, danno come risultato prescrizioni di 10 sedute di jonoforesi, diadinamica e massaggi…., non è normale meravigliarsi se agli occhi di altre discipline rappresentiamo …quella povera. Perché in prescrizioni come quella o alla stregua di quella c’è tutta la povertà dell’essere non pensante,dell’ignavia e dell’atteggiamento di chi è asservito a logiche di comodo.

Non me ne voglia chi tra i presenti lotta quotidianamente contro questa misera visione della riabilitazione potendolo anche dimostrare, ma dietro il falso mito del centro di riabilitazione che eroga prestazioni di “riabilitazione” sul territorio, spesso si cela  uno spalmificio di pr 5, 4, 7, o quant’altro. In pratica i pazienti diventano tutti   uguali e fanno tutti le stesse cose in barba a decenni di evoluzione, intuito e tutto ciò che ho detto prima.

Inoltre dietro il falso mito di una riabilitazione che dovrebbe essere attenta all’evoluzione di una persona, una riabilitazione che interviene su sistemi dinamici, mutevoli, che necessitano di valutazione e rivalutazione continua, si assiste ad una realtà, statica,  fatta di 10 sedute di jonoforesi, diadinamica e massaggio.

La cosa è sconcertante se si pensa che  questo modo di spalmare le prestazioni nasconde un assunto aberrante e cioè quello che si guarisce alla decima seduta. Si potrebbe analogamente al detto una rondine non fa primavera , coniare il detto “nove sedute non fanno riabilitazione”. Abbiamo la riabilitazione in pomata che può essere comodamente spalmata.

Ora al di là del sarcasmo che comunque rispecchia la realtà, c’è ancora di peggio: nei centri di riabilitazione spesso viene detto ai fisioterapisti di lavorare tutti allo stesso modo così che se qualcuno si assenta e viene sostituto il paziente non sente la differenza tra  l’uno e l’altro. Come dire si accomodi signora , nel mio negozio i commessi sono tutti gentili allo stesso modo e troverà sempre un livello uniforme di servizi.

Se si è guidati da una logica economica di questa tipo, che schiaccia la  professionalità, insulta il sapere e il procedere riabilitativo, calpesta gli obiettivi di recupero e accetta l’appiattimento della ragione allora non possiamo parlare ne di falsi miti ne di realtà, perché si fa veramente fatica a credere che tutto ciò sia reale. Però lo è! Si preferisce chiedere ad un professionista di non fare tutto ciò che sa fare e che potrebbe essere utile e migliorativo, pur di non dover affrontare conflitti e tensioni interne tra il personale della struttura, o tra questa e il paziente.

Cioè tutto questo vuol dire ” mi piace stare comodo e tranquillo e non me ne frega della riabilitazione e del paziente”. Punto

Ripeto che questo è un quadro che logicamente non rende giustizia a tutte quelle realtà che non si riconoscono in tutto questo.  Allo stesso modo io parlo di quei colleghi che fanno di tutto per assomigliare ai medici e il loro unico ambire è quello di avere il camice bianco, tre penne nel taschino e essere chiamati dottore. Anche quelli non rappresentano tutta la categoria di Fisioterapisti, ma sono comunque tanti e rappresentano una realtà tristissima.

Io non credo che queste cose accadano perché siamo schiacciati da un sistema che non ci permette di lavorare in un altro modo, questo è un falso mito.  Credo che le persone intelligenti siano di solito più numerose di quelle meno dotate, e se sono diventate fisiatri o fisioterapisti avranno quantomeno un intelligenza nella media. Credo dunque che le persone facciano delle scelte, e alcune scelgono di lottare per la qualità spinte da amor proprio, passione  e senso di responsabilità, altre scelgono l’ignavia, la comodità e l’apparenza.

Vi dico una cosa che la maggior parte dei miei colleghi conosce già: noi terapisti di solito lavoriamo in totale assenza di diagnosi o indicazioni terapeutiche poste in essere da un fisiatra, non perché non le vorremmo tenere nel dovuto conto, ma proprio perché non ne vediamo. I pazienti vanno dagli ortopedici e poi arrivano alla nostra osservazione.

Ma allora mi chiedo: non dovreste forse prestare più attenzione a questa realtà invece di perdere tempo con attività mirate a non fare ottenere ruoli dirigenziali al fisioterapista nel settore pubblico o affermare che non può svolgere attività libero professionale nel proprio studio in assenza di direttore sanitario?

Lo dico perché se ci si comporta così sembra quasi che si preferisca dichiarare guerra a Cipro piuttosto che alla Germania. Ma Cipro non è una minaccia,  non vi ha fatto niente e mai entrerà in guerra. Noi fisioterapisti non facciamo il lavoro dei fisiatri per le stesse ragioni per le quali i fisiatri non possono fare il nostro. Perché siamo diversi per ambiti di intervento e competenze  professionali specifiche. E diversi non vuol dire uno più bravo e uno meno.

Perché non lottate per affermare una vostra centralità in riferimento al momento diagnostico in riabilitazione? Per anni ci siamo chiesti perché questa figura , il fisiatra , ce l’avesse tanto con noi che facciamo cose diverse, non gli togliamo nulla e per giunta non incontriamo quasi mai nel nostro procedere quotidiano come professionista col quale interloquire. Ma questo forse accade perché altri specialisti di fatto fanno il vostro lavoro e vi escludono. Noi non vi togliamo nulla , loro tanto. Affrontate loro e non noi.

 

E in tutto questo girare al ribasso, dietro il falso mito del rispetto reciproco delle professioni, della complementarietà, dell’equipe che mette la persona al centro, si palesa invece una realtà fatta di pressioni politiche per mantenere i ranghi,  guadagnare vantaggi e quantomeno per non perdere fette di potere. Il risultato è il deserto.

Un’altra cosa che vorrei dire ha forse più un carattere formale che sostanziale. Ma spesso dietro alcune formalità si nascondo, poi neanche tanto, certi modi di pensare che sono sostanziali.

Mi riferisco a tutti quei Fisiatri che quando parlano dei fisioterapisti del reparto o del centro dove lavorano, dicono testualmente : ” i miei Fisioterapisti”. Ora, se non fosse certo che quel “miei” di fatto non appare, solitamente, imputabile ad un moto di affetto, tipo…i miei figli, i miei cari, nasce il dubbio che questo modo di parlare sia figlio di quel tipo di mentalità, sensazione di superiorità che ci porta a parlare delle cose come se ne fossimo i proprietari e anche con una certa soddisfazione, come ad esempio : la mia macchina, la mia casa con l’aggiunta di quella orgogliosa soddisfazione derivante dal fatto che in questo caso il possesso è anche numericamente rilevante e quindi plurale.

Non la mia macchina , ma le mie macchine, non la mia casa ma le mie case . Ha un sapore di potenza e di successo ed ecco quindi: i miei Fisioterapisti. Io conosco molti medici con i quali c’è un rispettoso rapporto di collaborazione. Li interpello continuamente ai limiti dello stolkeraggio e ricevo sempre tanta disponibilità. Collaboriamo e facciamo anche delle cose insieme ma non mi sogno lontanamente di chiamarli …i miei medici. E’ un fatto di rispetto. Io credo che quando si è nello stesso ambito lavorativo ci si possa considerare colleghi. Professionisti sanitari con diverse competenze e colleghi di lavoro. Propongo da oggi in poi di usare la frase : i miei colleghi Fisioterapisti. Chi vuole rispetto, porti rispetto.

Diatribe infinite ed inutili tra fisioterapisti e medici che se impegnassero tutto il tempo sprecato a battibecchi  a far ognuno bene il proprio lavoro, perche ribadiamo con chiarezza che ognuno di questi svolge un lavoro che non può essere svolto da un altro, si accorgerebbero che quel tempo non basta mai, ma nell’affanno di dare se stessi per uno scopo nobile sentirebbero che quel tempo, che non basta mai, è speso bene.

E invece queste stupide guerre hanno lasciato da sempre spazio ad abusivi senza ritegno, idraulici-osteopati, chiropratici, estetiste maghi e fattucchiere, ma siccome questi da sempre operano fuori dai circuiti ufficiali, allora li avete tranquillamente lasciati perdere  perché non percepiti come una minaccia, mentre noi Fisioterapisti da moltissimi anni denunciamo queste persone e questi fenomeni di abusivismo, abbiamo fatto campagne infinite veicolando vari messaggi  con tutti i nostri mezzi, abbiamo lottato contro l’equipollenza del laureato in scienze motorie al Fisioterapista, abbiamo scritto ad Assessori, Presidenti di Regione, Ministri e sottosegretari, e a tutti i livelli istituzionali,  ma dei Fisiatri , in tutte queste battaglie , non abbiamo mai visto traccia.

Solo ora che un’illuminata De Biase ha capito tutto di come e dove sta andando il mondo, allora siete scesi in campo anche voi per ostacolare la nascita di una nuova professione sanitaria di primo contatto, perché la cosa si fa per voi più preoccupante. E prima dove eravate? Quando da sempre i Fisioterapisti si sono battuti per la centralità di una figura responsabile e riconoscibile vedevate in tutto questo solo la minaccia di una invasione di campo.

Questa , al di la di ogni falso mito è la misera realtà. Sarebbe bello concludere con la consapevolezza che abbiamo commesso tanti errori tutti quanti e forse ore siamo grandi abbastanza per fare le cose insieme. E adesso vi dimostro tutta la mia ingenuità: se fossimo capaci anche solo di scrivere un documento insieme, come atto non solo formale ma anche sostanziale, senza timore che troppa condivisione ci omologhi e annulli le differenze,una sorta di protocollo d’intesa che dimostri una visione comune della riabilitazione, con punti cardine imprescindibili e condivisi, con regole che ci tutelino a vicenda e che ci rendano forti interlocutori con le istituzioni (senza andarci ognuno per conto proprio e per le proprie cose) , con un atteggiamento comune che diventi chiaro per chi governa e per l’utente, lottando per essere veramente e definitivamente le figure di riferimento della riabilitazione senza lasciare spazio a dubbi o interpretazioni di comodo,    forse daremmo a noi stessi e agli altri la dimostrazione che al di là di questa tristissima realtà si può fare qualcosa che somiglia ad un vero mito.

Bisognerebbe operare innanzi tutto la cosa più difficile, un cambio di mentalità.

Concludo dicendo che molto altro si sarebbe potuto e dovuto dire ma va bene lo stesso. Confermo che questa è la mia visione della realtà, ma purtroppo non mi illudo perché so che una visione a cui non segue un fatto concreto, è un’allucinazione.

Grazie per l’attenzione.

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